Ho un ricordo. Forse il più antico della mia infanzia. Immagini sfuocate ma indelebili sulle pagine del cuore.
Una scala a chiocciola che sale all'infinito, il riverbero accecante di luce e tufo che è ovunque arrivi il mio sguardo sorpreso. Passi sicuri di gambe magre in pantaloncini blu... quei pantaloncini che mi facevano tanto ridere.
E gradoni troppo alti per una bambina con le trecce castane e la pelle di sole e mare.
La mia impazienza, la curiosità autentica e genuina dell'età dei sogni.
Ma seguo i passi di chi conosce la scala. Di chi fa la magia tutti i giorni, per coloro che scivolano sull'orizzonte. Seguo i passi di cui ho fiducia perchè alla fine della scala c'è una promessa che sa di mistero.
Ed eccola!
Finalmente a riempirmi gli occhi di stupore. Corro felice attorno al cerchio di specchi, per vedere se davvero non ha mai fine. Se davvero il gioco sembra una magia. La più bella magia che mi sia stata regalata. Sono in cima. Sulla cima del faro...
e mio nonno mi sorride.

AmaRea

domenica, 21 settembre 2008

Il lupo dagli occhi grigi

Questa notte c’era un lupo con me.
 
Cammino lungo la sponda di un lago, ma è molto più piccolo di quello che già conosco. Una perla antracite, fredda e immota, incastonata tra le montagne.
Quelle mi sono familiari. Guardo le cime senza smettere di camminare. Sono certa di esserci già stata tra quei larici verdi. Non è casa mia, no, ma ci sono già stata. Sono in alto, molto in alto. Il lago è forse una diga semi-ghiacciata e il mio respiro crea piccole nuvole di fiato caldo.  
La luce del cielo è quasi irreale, leggera, senza sole né luna. Né giorno né notte. Esiste un’ora? Un attimo, un tempo, una direzione?
Sospesa, come il mio fiato caldo mentre cammino con gli occhi alle cime.
Ai piedi, gli scarponi da trekking che conoscono a memoria i miei passi; c’è il mio pile preferito e i calzoni da montagna, eppure io sono diversa. Un corpo che sento appartenermi, ma che non è uguale a quello che ho adesso.
Dov’è casa mia? Penso. Ci stavo andando due secondi fa... devo tornare, è quasi ora. Forse, se trovo il sentiero, posso valicare il Passo prima che faccia buio.
Non è un pensiero spaventoso, non c’è angoscia. È semplice constatazione. E ignoro il motivo per cui devo rientrare, ma so che devo farlo.
La strada sopraelevata che costeggia il lago termina davanti a una manciata di case, tutte con il tetto spiovente e le porte spalancate, come se aspettassero l’arrivo di un familiare da un momento all’altro.
Sono già dentro una di esse e mi ritrovo a tavola con altre persone, gomito a gomito. Le conosco vagamente, ma sono a mio agio.
È questa, casa mia?
Una giovane donna... forse una zia, appare dalla porta della cucina, lo sguardo limpido e fiero. Si allaccia il grembiule con un gesto sapiente e antico di mille anni, e penso che è umile e regina allo stesso tempo.
Sì, dev’essere una parente del mare...
Sono quasi persuasa, poi cambio idea... qualcosa di lei mi ricorda parte di me... i suoi vestiti, la tovaglia sul tavolo di quercia, le tende chiare ricamate a mano, gli occhi socchiusi che guardano oltre quei muri. Tutto in quella casa parla di un pezzo di me. Un pezzo solo fantasticato e mai vissuto davvero, né mai desiderato fino in fondo.
Ma guarda! sorrido sorpresa, quando comprendo. Che ci fa Gwinever qui?
Il cuore mi si allarga. La maestra bianca, la Guaritrice, la donna che lotta in silenzio e sa vedere lontano... la mia preferita, uscita dalla mia penna e dalle mie matite.
Lei guarda la finestra, il sorriso sicuro appena accennato. E io mi ricordo che non è casa mia. E che è ora che vada. Qualcuno mi aspetta.
Nell’istante in cui lo penso, sono fuori, sulla stradina. Lancio un’occhiata alle mie spalle, sulla superficie del lago. È gelido, scuro, inquietante. Eppure non lo temo, perchè ho già nuotato in quelle acque, anche se non ricordo quando. Ho già affrontato le sue correnti ferme e il suo cuore di ghiaccio.
Non è oscuro. È solo fermo. Nulla di più. Potrebbe persino nascondere la vita, se lo volesse. Ma non la desidera. Giace immobile ad osservare. Forse attende.
Sospeso come quella luce irreale.
Il chiacchiericcio di un gruppo di persone attira la mia attenzione. Mi volto. Davanti a me c’è un edificio. È a metà tra un capannone e una vecchia villa abbandonata.
Mi avvicino, c’è gioia, trepidazione, quasi aria di festa. Le persone sono tutte sedute su un muricciolo di fronte all’edificio abbandonato. Ascoltano le parole di una guida o una guardia forestale, sbirciando attraverso i finestroni.
Scruto anch’io quegli occhi di vetro. Dentro, ci sono dei cani. No. Lupi, dice la guardia forestale. Una colonia di lupi che ha preso la villa come tana.
Una piccola fitta, credo tristezza.
Le foreste, i larici su quelle cime, letti di muschio e tetti di foglie sono la loro tana. Perchè sono qui dentro? I lupi non hanno mura!
Ce ne sono molti, quasi tutti rannicchiati a riposare su morbide coperte e mucchi di stracci; alcuni ricambiano pigri gli sguardi degli uomini.
Ma ce n’è uno che punta gli occhi nei miei.
Non so come, è già fuori e si avvicina trottando. I bambini attorno si stringono a vicenda tra urletti di gioia e timore. Lo lasciano passare. Il lupo viene da me, deciso.
E io sono seduta, con la schiena appoggiata al muricciolo, circondata dai bambini curiosi, non farò mai in tempo a rialzarmi prima che mi raggiunga!
Il lupo non me lo permette. Mi è già di fronte e cerca la mia mano, esuberante come un cagnolino.
Chiedo aiuto alla guardia forestale, che ride felice e spiega ai bambini che è “solo” un lupo.
Cosa devo fare? Voglio preservarmi la mano da quelle zanne spalancate, ma voglio anche dimostrare ai bambini che il lupo vuole solo giocare.
La risposta arriva semplice e immediata. Non so da chi o come. Arriva e basta: smetto di sottrargli la mano.
E lui si ferma.
 
Tutto si è fermato. Si è fermato, ed è andato anche avanti.
In quella luce irreale, ho visto gli occhi grigi del lupo che voleva me.
Le persone attorno erano felici, i bambini ballavano su quelle assurde canzoncine con le rime.
Ricordo che gli occhi del lupo mi guardavano dentro. Ricordo che si è lasciato toccare da me, che ho affondato le dita nella sua pelliccia morbida e folta attorno al collo.
E in quel momento non c’era cosa più bella.
Una gioia traboccante, inarrestabile, profonda, mi è scoppiata all’improvviso nel petto.
 
Ricordo di aver pianto.
Ho pianto di gioia come non mi capitava da secoli.
Ricordo chiaramente di aver chiuso gli occhi, gettato indietro la testa, e ridendo ho detto: «sto accarezzando un lupo e sono la donna più felice del mondo!»
La gioia era così forte che faceva quasi male...
 
È stato allora che mi sono svegliata. Il ricordo vivido, le sensazioni vere e pulsanti, gli occhi bagnati dalle lacrime, il cuore che batteva forte e la gioia che scoppiava nel petto.
 
C’era un lupo con me, stanotte...


Dedi-cato a due sorelle speciali. Una perchè è un indomito lupo dagli occhi blu che ulula i pensieri più profondi alla Luna. L'altra perchè ha la forza di trascinare un'anima incredula molto più di quanto lei stessa creda. E sa parlare a un albero.

La strega Sorbo Selvatico lo ha sussurrato al vento...
erano le 02:10

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mercoledì, 27 agosto 2008

Il ricordo più antico

Ricordo di un faro

Questo blog è l'altra anima della Deb, che qui l'astro della notte chiama Sorbo Selvatico. Nasce da un pensiero naufragato da tempo sulle rive della mia immaginazione. Si era assopito per sbaglio ma ora è rinato. E il primo sussurro che affido al Grecale di questa spiaggia, lo dedi-co a mio nonno: il guardiano del faro che un tempo illuminava la via ai marinai... 

Ho un ricordo. Forse il più antico della mia infanzia. Immagini sfuocate ma indelebili sulle pagine del cuore.

Una scala a chiocciola che sale all'infinito, il riverbero accecante di luce e tufo che è ovunque arrivi il mio sguardo sorpreso. Passi sicuri di gambe magre in pantaloncini blu... quei pantaloncini che mi facevano tanto ridere.

E gradoni troppo alti per una bambina con le trecce castane e la pelle di sole e mare.

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e mio nonno mi sorride.

La strega Sorbo Selvatico lo ha sussurrato al vento...
erano le 19:23

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